San Luca: quale ospedale per il futuro?
| di Egidio Marchetti
La visita del Presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca a Vallo della Lucania presso l’Ospedale San Luca pone una serie di interrogativi circa il futuro del più importante nosocomio cilentano.
Dopo un ciclo politico di dieci anni, sicuramente per lui è più tempo di bilanci che di annunci, volgendo al termine il suo secondo mandato.
Al fine di garantire all’ospedale di Vallo la sua funzione di Dea di I livello, è necessario fare alcuni rilievi all’ultima stesura dell’Atto Aziendale, con il quale si è provveduto a ridurre ancora il numero delle Unità Operative Complesse, portando a Struttura Semplice Dipartimentale le Unità Operative di Neuroradiologia e di Chirurgia Vascolare.
Trasformare una struttura complessa in semplice, anche se dipartimentale, rende la stessa meno appetibile, non solo per gli aspiranti primari, quanto pure per i medici più giovani, i quali preferiranno cercare lavoro in strutture ospedaliere, dove si possa apprendere di più, sia in termini di competenze professionali da assimilare, che di casistiche operative, con ovvie ricadute negative circa la disponibilità dei migliori a ricoprire il posto di Responsabile di queste Unità Operative.
Tutto ciò per l’ Ospedale San Luca di Vallo della Lucania è una condanna a diventare una sede poco ambita, non solo per la sua collocazione geografica periferica, quanto per il profilo più basso delle strutture che si sono venute a creare.
Più volte alcune sigle sindacali di categoria ed esperti del settore hanno lamentato che l’ospedale di Vallo non riesce a svolgere in maniera adeguata la sua funzione, ovvero quella di ospedale per pazienti acuti.
In molti giorni della settimana è assente l’ortopedico di servizio, nè la continuità assistenziale è garantita con la disponibilità sostitutiva.
Non riuscire a garantire la traumatologia è un fatto grave e rende il Pronto soccorso monco di una unità operativa fondamentale per far fronte all’emergenza.
I medici del Pronto soccorso quando ricevono un soggetto traumatizzato, non sono in condizione di riportare in cartella clinica alcune notizie fondamentali del paziente ed a volte nemmeno i parametri vitali, avviandolo in Ortopedia o in Chirurgia generale senza che questo riceva, come indispensabile, il controllo dell’ortopedico.
Il paziente infartuato non sempre trova nella Unità Operativa il sanitario della Emodinamica che possa provvedere nell’immediato alla coronarografia e ad eventuale impianto di “stent” per correggere l’ occlusione coronarica, con ovvie conseguenze sul processo patologico.
Il paziente che arriva in pronto soccorso con ictus cerebrale non trova il neurologo che possa praticare nei tempi necessari la terapia medica e perciò molto frequentemente deve essere trasferito in altro presidio ospedaliero.
L’ Unità operativa di Neurochirurgia, nella quale la guardia attiva in h 24 è obbligatoria, non sempre è presidiata nelle ore notturne dal sanitario neurochirurgo.
La U.O. di Radiologia non riesce ad effettuare esami per esterni, nemmeno quelli di II livello, con inevitabile allungamento della lista di attesa e grave disagio per gli utenti del territorio.
Sarebbe interessante, dopo dieci anni, avere i dati completi per fare un confronto tra ieri ed oggi in termini di prestazioni erogate dall’ Ospedale San Luca.
Un raffronto per capire quanti reparti siano stati chiusi e quanti posti letto siano andati perduti. Ed ancora, quanti ricoveri, quanti interventi chirurgici e quante prestazioni ambulatoriali in meno siano state effettuate, a vantaggio delle strutture private o di quelle pubbliche nelle altre regioni italiane.
Una crisi del sistema sanitario pubblico che si percepisce quotidianamente nelle vicende personali di chiunque, sia in termini di attesa, anche per un banale esame specialistico, che per avere risposte adeguate alle più disparate patologie.
Molti pazienti da tempo si rivolgono direttamente alle strutture private, a pagamento o meno, in ragione di una esigenza di salute che non sempre la struttura ospedaliera riesce a garantire.
Un epilogo amaro per un Ospedale glorioso quale il San Luca di Vallo, fondato nel Dopoguerra da alcuni sacerdoti lungimiranti, determinati a garantire l’assistenza sanitaria ai meno abbienti, i quali non si potevano permettere di farsi curare nelle tre cliniche private esistenti.
Oggi si avverte una sorta di ritorno al passato, di corsi e ricorsi storici di vichiana memoria, dove lo scenario attuale vede il privato interessarsi sempre più alle prestazioni chirurgiche e diagnostiche a maggiore redditività, mentre il pubblico, che dovrebbe garantire tutti indistintamente, soprattutto per le emergenze, stenta ad assicurare certi standard.
Con l’aggravante che occorre sperare di trovarsi nel giorno e nell’orario giusto in caso di traumi, infarti o ictus, quasi una lotteria con esiti a volte tragici, per sperare che siano disponibili in loco i pochi ed eroici medici a presidio dei residuali reparti salva vita.
Questa è la situazione sanitaria nel Cilento, a cui si aggiunge anche la carenza dei medici di base, dove la Regione non riesce ad assicurare le sostituzioni di quelli che vanno in pensione, minando le certezze basilari di una popolazione sempre più abbandonata per i ritardi decennali di una politica evanescente, lontana dal trovare soluzioni concrete e praticabili.
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